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digaALTOpiccolaL’idea di costruire una diga di sbarramento del fiume Piave per creare un lago artificiale, venne all’ingegner Carlo Semenza nell’anno 1939, questa però non venne presa in considerazione perchè per lo Stato era un’ulteriore spesa che si aggiungeva a quelle causate della seconda guerra mondiale.

Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1948, l’ingegner Del Piaz ripresentò il progetto della costruzione della diga soprannominato “Grande Vajont” , da quell’anno iniziarono i controlli geologici.
Dopo circa 10 anni, i lavori di costruzione della diga ebbero inizio, senza però il consenso dello Stato, che diede il via libera solo dopo un anno dall’inizio dei lavori di sbarramento. 

La seconda guerra mondiale infatti, aveva fortemente debilitato l’organizzazione interna statale e numerosi uffici (come quello di sorveglianza della costruzione delle opere pubbliche) erano venuti meno.

I lavori di costruzione

I lavori furono affidati alla Sade (Società Adriatica di Elettricità) in quegli anni era il più importante fornitore di energia elettrica del paese.

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Durante i lavori per la costruzione una scossa di terremoto allarmò la Sade che fece effettuare ulteriori rilievi geologici i quali rilevarono un’enorme paleofrana sul versante del monte Toc (Toc deriva da Matoc che nel dialetto bellunese vuol dire marcio).

La società non fermò i lavori, modificò invece il progetto della diga aumentandone la sua capacità massima d’invaso utile dai precedenti 56 milioni di  a 150 milioni di  d’acqua, facendo alzare il coronamento di 60 m. 

Durante i lavori di costruzione, con le prove di invaso iniziarono a cedere alcune parti della sponda, creando così delle piccole frane, mantenute segrete dalla società.

Quando il progetto fu ultimato la diga era la più alta nel mondo.

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Le Prime Frane

- Nel 1959 iniziarono i primi invasi a 367m, si verificò però una grande frana di circa 50 milioni cubi di terra, che però non venne resa nota dalla società.

La giornalista Tina Merlin, informata dell’esistenza del cedimento, cercò fin da subito di denunciare la Sade senza però alcun successo; riuscì infatti a vedere la frana appena caduta e a pubblicare un articolo sull’Unità, questo però non smosse l’opinione pubblica. 

Dopo la frana la Sade si allarmò e chiamò l’importante geologo tedesco Müller (da lui venne il nome della forma della frana, la M di Müller ancora oggi visibile sulle sponde del monte Toc), che riscontrò una grande frana stimato sui 250 milioni di  di terra che non poteva essere fermato; la società modificò il rapporto scritto dal geologo, che infatti doveva essere spedito a Roma, facendo apparire che il fronte della frana era di piccole dimensioni  e che questa  si poteva far cadere in modo controllato.

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Da Roma arrivò il permesso di procedere con gli invasi, la Sade di nascosto fece vari esperimenti su un modellino in scala per valutare l’effetto della frana nel bacino artificiale; queste prove in scala però, vennero effettuate ipotizzando la caduta dei detriti in due tempi distinti. Gli esperimenti diedero come quota massima di sicurezza 700 m s.l.m. , solo superata questa quota, l’onda sviluppatasi, avrebbe potuto superare la diga cancellando l’abitato di Longarone.

Gli  invasi proseguirono, gli abitanti iniziarono a sentire forti boati e fortissime scosse di terremoto, da quel momento l’opinione pubblica cominciò a prendere in considerazione i report di Tina Merlin; incominciarono varie proteste fino a quando nell’ottobre del 1963 la Sade diede l’ordine di evacuare tutti i territori limitrofi al lago artificiale a causa di una piccola frana che poteva alzare delle onde travolgendo le persone che abitavano nei pressi del Vajont.

La Tragedia

La sera del 9 ottobre 1963 i sensori posizionati attorno alla frana si muovevano a vista d’occhio, la Sade iniziò lo svaso del lago aggravando così la situazione, la frana infatti aumentò di velocità precipitando nel bacino alle ore 22:39, un lampo eccecante, un pauroso boato il Monte Toc franò nel lago artificiale creando tre enormi ondate.

Queste onde furono precedute da un fortissimo boato e da un’onda d’urto fortissima, che si abbattè su Longarone, il centro abitato sottostante la diga, spazzandolo via; una seconda onda colpì l’abitato di Erto posto sopra la diga e la terza proseguì dietro al lago, mietendo in totale 2000 vittime.  

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I Processi e la Diga della Val di Scalve

Dopo il disastro ci furono vari Processi e incriminazioni ma alla fine pochi pagarano per questa tragedia, l'azione legale si concluse ben 19 anni dopo il disastro quando la maggior parte degli imputati erano morti, la sentenza diede ragione ai comuni e l'enel dovette ripagare i danni ai cittadini.   

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Questo disastro ci riporta al 1923 in un'altra valle, la Val di Scalve dove il 1° dicembre la diga del Gleno cedette provocando circa 300 vittime, questo cedimento fù causato dall'utilizzo di terra calcine, fasci di legna e paglia per la costruzione della diga anzichè il cemento; il progetto iniziale era di costruire una diga a gravità ma in corso d'opera si decise di costruirla ad archi multipli e proprio lì dove c'era la congiunzione tra tampone a gravità e archi multipli la struttura cedette rilasciando 6 milioni di metri cubi d'acqua sugli abitati sottostanti.

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In conclusione passano gli anni ma i controlli non vengono mai fatti a regola d'arte e questo provoca disastri simili che potevano essere evitati. 

Foto d'epoca: ringraziamo la fondazione Vajont per la concessione.

Fonti: "Sulla pelle viva" di Tina Merlin e "La diga del disonore" di Martinelli

 

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